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	<title>L&#039;ULTIMA NOTIZIA</title>
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	<description>Dalla crisi degli imperi di carta al paradosso dell&#039;era di vetro</description>
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		<title>L&#8217;informazione (buona) si paga</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Mar 2010 14:59:11 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Roberto Paglialong su The Front Page:
E io pago… la luce, il gas, la spazzatura, il telefono. Ma non è finita. Ora lo sappiamo con certezza, perché guru e visionari delle nuove tecnologie non fanno che ripeterlo ogni tre per due: pagheremo anche l’informazione. Che scoperta – si dirà –, ogni mattina compriamo il giornale in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Roberto Paglialong su <a href="http://www.thefrontpage.it/2010/03/14/linformazione-buona-si-paga/">The Front Page</a>:</p>
<p>E io pago… la luce, il gas, la spazzatura, il telefono. Ma non è finita. Ora lo sappiamo con certezza, perché guru e visionari delle nuove tecnologie non fanno che ripeterlo ogni tre per due: pagheremo anche l’informazione. Che scoperta – si dirà –, ogni mattina compriamo il giornale in edicola. Sbagliato! Si tratta delle informazioni reperite online, di quelle che, dimenticandoci l’italiano, abbiamo preso a chiamare news. Si sa, è più fashion.</p>
<p>Del resto era ora. La carta soffre, la pubblicità funziona solo sul web, la gente legge sempre meno o vuole leggere solo notizie mirate, i quotidiani tradizionali sono con l’acqua alla gola e chiudono i battenti… qui ci vuole un nuovo modello di business. Frase talmente “fatta” che chiamarla drogata è usare un eufemismo. Ma tant’è. Gli editori si lamentano di non riuscire più a difendere i propri contenuti, scippati dal “grande fratello” della Rete, che a sua volta tende ad accusare ogni opinione contraria come liberticida. Insomma, è guerra aperta e urge una soluzione.</p>
<p>Internet allora non sarà più gratuito, e come paghiamo gli abbonamenti per vedere film o partite di calcio in tv così pagheremo le notizie, ovvero quel plancton senza il quale l’ecosistema della società 2.0 salta sicuramente, come dicono Massimo Gaggi e Marco Bardazzi nel loro saggio L’ultima notizia. Dalla crisi degli imperi di carta al paradosso dell’era di vetro (Rizzoli, pagine 274, euro 18).</p>
<p>Giornalisti di punta, l’uno inviato del Corriere a New York, l’altro in forza alla Stampa, entrambi grandi conoscitori degli Stati Uniti, hanno prodotto un’analisi accurata, ricca di dati e aneddoti su quanto sta avvenendo nel mondo dei media con un occhio rivolto in particolare oltreoceano. Dal voyeurismo di Facebook all’improbabile “citizen journalism”, dal cannibalismo del “frenemy” Google all’internazionalismo dell’esperimento GlobalPost.com.</p>
<p>A ciascuno la sua “bolletta delle news”, quindi. E chissà che forse la qualità e la credibilità dell’informazione non ne escano rafforzate per davvero. D’altronde non vale il binomio pago-pretendo? Pago quello che veramente voglio, pretendo che quello che pago sia quantomeno leggibile e interessante, eliminando quel surplus di informazione tette-e-culi e di demenzialità da “Grande Fratello”, che fanno assumere ai nostri quotidiani il volume degli elenchi telefonici.</p>
<p>Certo, forse non durerà a lungo, perché nel mondo della velocità e della cyberizzazione dei rapporti umani la carta brucia, ma il vetro prima o poi si rompe. Intanto salutiamo il mito del Bel-Ami o i grandi scoop alla Tutti gli uomini del presidente e prepariamoci a mettere mano al portafogli.</p>
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		<title>Il futuro dell&#8217;informazione nell&#8217;era di vetro</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 16:55:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Administrator</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dal Televideo Rai:
l futuro dell&#8217;informazione nell&#8217;era di vetro
A colloquio con Massimo Gaggi e Marco Bardazzi, autori del libro &#8216;L&#8217;ultima notizia&#8217;
di Luca Garosi
Una nuova generazione si sta affermando: sono i giovani che sono cresciuti con le tecnologie digitali, i &#8220;nati digitali&#8221; usano quotidianamente il computer, scaricano musica da iTunes, sono iscritti a Facebook dove hanno centinaia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dal <a href="http://www.televideo.rai.it/televideo/pub/articolo.jsp?id=4404">Televideo Rai</a>:</p>
<p>l futuro dell&#8217;informazione nell&#8217;era di vetro<br />
A colloquio con Massimo Gaggi e Marco Bardazzi, autori del libro &#8216;L&#8217;ultima notizia&#8217;</p>
<p>di Luca Garosi</p>
<p>Una nuova generazione si sta affermando: sono i giovani che sono cresciuti con le tecnologie digitali, i &#8220;nati digitali&#8221; usano quotidianamente il computer, scaricano musica da iTunes, sono iscritti a Facebook dove hanno centinaia di amici con i quali condividono esperienze e sentimenti tramite una chat. Questa generazione ha però poca confidenza con libri e giornali e quando questi ragazzi decidono di informarsi lo fanno in modo diverso dal passato. Anche se si continua a dedicare un’ora della giornata a informarsi, i &#8220;nati digitali&#8221; ricorrono anche a Internet e spesso i social network diventano porta di accesso alle news. Il sindaco di San Francisco sostiene che se il mondo restasse senza quotidiani &#8220;i cittadini al di sotto dei trent’anni nemmeno se ne accorgerebbero&#8221;.</p>
<p>La carta stampata è veramente destinata a sparire? Nel futuro ci informeremo soltanto online? Abbiamo parlato di questi argomenti con Massimo Gaggi e Marco Bardazzi, autori di un libro edito recentemente da Rizzoli intitolato &#8220;L’ultima notizia&#8221;. I due autori hanno osservato da vicino, per anni, lo sbriciolamento dei quotidiani americani: Gaggi è inviato del Corriere della Sera a New York e Bardazzi lo è stato per l’Ansa a Washington prima di passare alla Stampa. Nel libro fanno una fotografia del giornalismo statunitense analizzando la crisi &#8220;dell’impero di carta&#8221;, ma soprattutto parlando dell’informazione &#8220;nell’era di vetro&#8221; che ci sta dando un’informazione più trasparente, anche se più fragile.</p>
<p><strong>Anche se in forte crisi, sono in molti coloro che sostengono che la carta stampata non scomparirà. Come potrà sopravvivere e convivere con il web?</strong><br />
Un po’ come sta accadendo per l’industria automobilistica, anche nell’editoria stiamo andando incontro a modelli “ibridi” che spingeranno i media a essere presenti su piattaforme diverse. L’informazione del futuro passerà attraverso il web (in forme gratuite o con servizi “premium” che richiederanno modalità di abbonamento), su “tavolette” elettroniche, smartphone e altri dispositivi. Ma la carta resterà e avrà un ruolo tutt’altro che secondario. Cambierà con ogni probabilità la natura dei giornali, trasformandoli sempre più in strumenti di approfondimento e di analisi. Si farà più stretto il rapporto, che già oggi esiste, tra il racconto “tradizionale” fatto dal quotidiano e gli approfondimenti multimediali che lo accompagnano. E’ un futuro complesso e in buona parte ancora da inventare, ma se sapremo gestirlo bene è anche un futuro che si presenta di grande arricchimento per l’informazione.</p>
<p><strong>Perché sostenete che la &#8220;purezza&#8221; della Rete è un mito da sfatare?</strong><br />
Perché non è detto che tutto ciò che nasce e vive solo online, spesso fuori da ogni controllo, sia necessariamente più credibile di ciò che passa al vaglio di una redazione giornalistica, dei suoi filtri, dei suoi metodi di valutazione degli eventi sviluppati nel corso dell’ultimo secolo e mezzo di storia. La Rete porta una ricchezza di contenuti enorme al mondo del giornalismo, che occorre saper sfruttare al meglio. Ma porta anche molto caos, cancella la gerarchia di importanza dei fatti, talvolta scade nel gossip o nella teoria cospirativa. Riteniamo ci sia ancora – e forse ancor più che in passato – un compito importante che spetta ai professionisti dell’informazione, nell’aiutare la gente ad avere a disposizione in un modo organizzato gli elementi di conoscenza che permettano a tutti di fare le scelte che caratterizzano il nostro vivere quotidiano: scelte finanziarie, politiche, di educazione dei figli e via dicendo.</p>
<p><strong>Nel vostro libro prevedete che in futuro ci dovremo abituare a pagare una &#8220;bolletta delle news&#8221;. Tra quanto e in che modo si pagherà per l’informazione on line? Secondo voi questo creerà problemi al popolo della Rete abituato da sempre a usufruire direttamente e gratuitamente delle notizie su Internet?</strong><br />
Pensiamo che non sarà un fenomeno traumatico, né immediato. Ci siamo già abituati in questi anni a pagare per servizi che un tempo non avevamo a disposizione, e che ora fanno parte della nostra vita: pensiamo all’abbonamento per il cellulare, a quello per la Tv satellitare, alla chiavetta per navigare su Internet, ai brani musicali per l’iPod da scaricare su iTunes. Quello che è importante è un graduale cambiamento culturale che permetta di riconoscere il valore di prodotti giornalistici che vadano oltre il normale flusso delle notizie, che resterà comunque gratis.</p>
<p><strong>Cresce la voglia dei lettori di partecipare sempre di più anche alla produzione di informazione. Tanto che la comunicazione del futuro si basa su tre C: condivisione, comunità e conversazione. Come si può certificare l’informazione su Internet?</strong><br />
Affiancando a queste tre “C” &#8211; di cui dobbiamo ancora scoprire pienamente le potenzialità – le altre tre “C” che il giornalismo ha già da tempo trasformato nei suoi punti di forza: credibilità, contenuti e creatività. La rivoluzione digitale in corso offre un’opportunità importante ai media per rafforzare caratteristiche come la credibilità dell’informazione, o la solidità dei contenuti. Da questo punto di vista, siamo di fronte all’occasione per la macchina del giornalismo per eseguire un tagliando, ripulirsi anche di molte scorie e ripartire con un motore messo a punto per affrontare le nuove sfide.</p>
<p><strong>Attualmente il citizen journalism sembra funzionare bene nei casi di cronaca (incidenti, tragedie, attentati), mostra tutti i suoi limiti quando si tratta di interpretare l’informazione. Il giornalismo &#8220;dal basso&#8221; potrà avere un futuro? E in che rapporto starà con il giornalismo tradizionale e professionale?</strong><br />
Il giornalismo dal basso arricchisce l’informazione, la rende più immediata, permette di catturare – grazie al digitale – momenti della realtà che finora potevano essere raccontati solo con un margine di ritardo e affidandosi a testimonianze di vario genere. Pensiamo alle immagini dei terremoti che ci arrivano da ogni parte del mondo. Ma il “citizen journalism” resta un fenomeno di portata limitata quando si tratta di svelare i retroscena della politica, scandagliare il “dietro le quinte” dei consigli d’amministrazione delle grandi imprese, riportare le indiscrezioni dallo spogliatoio di una squadra di calcio. Più in generale, non dobbiamo illuderci che la tecnologia sia sempre la soluzione a tutto. C’è bisogno di chiavi interpretative, e ce ne sarà sempre più bisogno in un mondo che si fa enormemente complesso.</p>
<p><strong>Nel vostro libro avete parlato della situazione negli Usa, qual è lo stato dell’informazione in Italia?</strong><br />
Come in tutte le cose, ci sono luci e ombre. I gruppi editoriali sono più solidi degli “imperi di carta” che franano in altri paesi. La sopravvivenza è meno legata al modello di business basato solo sulla pubblicità, che ha messo in crisi gli Usa. C’è una creatività che spesso manca negli Usa, dove l’approccio al giornalismo è più “scientifico”. Nello stesso tempo, c’è forse una maggiore resistenza al cambiamento, un ruolo della televisione diverso da ogni altra parte del mondo, e soprattutto c’è il rischio di un “digital divide” rispetto a paesi come gli Usa dove si sta correndo molto per inventare l’informazione digital-cartacea del futuro.</p>
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		<title>Giornalismo nell&#8217;era del web 2.0</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 14:08:45 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Da Testimoni Digitali:
L’ultima notizia. Dalla crisi degli imperi di carta al paradosso dell’era di vetro (Rizzoli, 18 euro). È il titolo del libro di Massimo Gaggi e Marco Bardazzi. Di seguito la scheda della pubblicazione: il “Los Angeles Times” ha dichiarato bancarotta prima di essere salvato, il “Washington Post” resiste a malapena, ovunque le redazioni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Da <a href="http://www.testimonidigitali.it/home_page/news___digit_media/00000291_Giornalismo_nell_era_del_web_2.0.html">Testimoni Digitali</a>:</p>
<p>L’ultima notizia. Dalla crisi degli imperi di carta al paradosso dell’era di vetro (Rizzoli, 18 euro). È il titolo del libro di Massimo Gaggi e Marco Bardazzi. Di seguito la scheda della pubblicazione: il “Los Angeles Times” ha dichiarato bancarotta prima di essere salvato, il “Washington Post” resiste a malapena, ovunque le redazioni chiudono, i corrispondenti esteri fanno fagotto e tornano a casa. In tutto il mondo, quotidiani con secoli di storia alle spalle ormai vivono alla giornata. E se fino a qualche tempo fa il web, potente vetrina promozionale, sembrava un utile alleato, oggi infuria una guerra senza quartiere tra chi vuol mettere ogni notizia a portata di click e chi cerca di proteggere contenuti di qualità faticosamente prodotti. Nelle battaglie tra i giovani leoni dell’informatica e le vecchie volpi dell’editoria, sono queste ad avere la peggio, mentre monta l’onda del giornalismo “dal basso”, con lettori che chiedono di partecipare in maniera sempre più attiva al flusso delle notizie: un cinguettio di Twitter, un link condiviso su Facebook, l’inchiesta fai da te di un blogger, le news di un aggregatore sono ormai più fruibili del classico quotidiano. È l’Apocalisse? In un certo senso sì, come dimostrano Massimo Gaggi e Marco Bardazzi in questa disamina felicemente ricca di aneddoti quanto acuminata nell’analisi. Ma ciò non significa che non si possa ripensare e reinventare il giornalismo nell’“era di vetro” che ci sta regalando un’informazione più trasparente ma più fragile. Nel nuovo “ecosistema” dei media c’è posto per un techpresident come Obama e per i dilettanti del citizen journalism, c’è il lutto per la figura romantica del cronista con le dita macchiate di inchiostro e nicotina ma anche l’emozione delle nuove avveniristiche tecnologie della lettura, c’è la morte di una tradizione secolare ma anche la nascita di una nuova bellezza digitale. Perché l’informazione del futuro è già pronta a risorgere da ceneri tutt’altro che spente.</p>
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		<title>Al bar, ragionando sul futuro dell&#8217;informazione</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Mar 2010 12:40:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Administrator</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Qualche giorno fa Fabio Chiusi ha invitato uno dei due autori a fare una chiaccherata a vasto raggio su dove vanno il giornalismo e la comunicazione, partendo da L&#8217;Ultima Notizia. 
Ne è nata una lunga discussione, seduti al tavolino di un bar milanese, ora rimessa in ordine in ben due interviste: una su FareFuturo webmagazine, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://villaadria.net/images/uploads/caffe-bar.jpg" alt="" />Qualche giorno fa <a href="http://ilnichilista.wordpress.com/">Fabio Chiusi</a> ha invitato uno dei due autori a fare una chiaccherata a vasto raggio su dove vanno il giornalismo e la comunicazione, partendo da <a href="http://www.ultimanotizia.net/">L&#8217;Ultima Notizia</a>. </p>
<p>Ne è nata una lunga discussione, seduti al tavolino di un bar milanese, ora rimessa in ordine in ben due interviste: <a href="http://www.ffwebmagazine.it/ffw/page.asp?VisImg=S&#038;Art=4583&#038;Cat=1&#038;I=../immagini/INTERVISTA/bardazzi_int.gif&#038;IdTipo=0&#038;TitoloBlocco=L%27Intervista&#038;Codi_Cate_Arti=39">una su FareFuturo webmagazine</a>, incentrata soprattutto sui media tradizionali, e <a href="http://ilnichilista.wordpress.com/2010/03/09/intervista-a-marco-bardazzi-sul-rapporto-tra-giornalismo-e-social-media/">una sul suo blog</a>, mirata più al ruolo dei social network.  </p>
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		<title>Il 17 marzo presentazione a Roma</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Mar 2010 12:36:42 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[A Roma, il 17 marzo (è necessario registrarsi: RSVP: eventi.rizzoli@rcs.it &#8211; 06/84484337)


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			<content:encoded><![CDATA[<p>A Roma, il 17 marzo (è necessario registrarsi: RSVP: eventi.rizzoli@rcs.it &#8211; 06/84484337)</p>
<ol>
<img src="http://farm5.static.flickr.com/4065/4408250827_1d4da03ca4_o.jpg" alt="" /></ol>
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		<title>Le nuove regole del giornalismo</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Mar 2010 12:32:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Administrator</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[Marco Pratellesi per ioDonna e Corriere.it:
Dipartimento di Stato americano, due passi dalla Casa Bianca. Il Foreign Press Centers ha organizzato una serie di incontri con la prima linea dei responsabili per i nuovi media del presidente Barack Obama. Nella stanza 1107 una sorridente ragazzina bionda con un diamante incastonato nel naso affronta sicura 30 giornalisti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Marco Pratellesi per ioDonna e <a href="http://mediablog.corriere.it/2010/03/le_nuove_regole_del_giornalism.html">Corriere.it</a>:</p>
<p>Dipartimento di Stato americano, due passi dalla Casa Bianca. Il Foreign Press Centers ha organizzato una serie di incontri con la prima linea dei responsabili per i nuovi media del presidente Barack Obama. Nella stanza 1107 una sorridente ragazzina bionda con un diamante incastonato nel naso affronta sicura 30 giornalisti arrivati da tutto il mondo. E capisci in un istante che il Vecchio Continente è di nuovo rimasto indietro.</p>
<p>Katie Dowd, New Media Director, ha le idee chiare: quando si riferisce ai social network &#8211; Facebook o Twitter, Youtube o Flickr &#8211; parla di “Social Media”, cioè dei nuovi mezzi di comunicazione di massa. Perché è lì che oggi stanno le persone ed è lì che l’amministrazione Obama ha deciso di combattere la sua battaglia per portare la trasparenza della politica tra i cittadini e gli elettori: “Dobbiamo mettere i nostri contenuti, i nostri atti amministrativi dove le persone vivono e discutono, perché questa è la strada per ampliare ed arricchire la nostra presenza ed avere una relazione diretta con la gente”, sorride la giovane Katie.</p>
<p>Mentre il Vecchio Mondo discute sul lato oscuro della rete, sull’influenza positiva o negativa dei social network sui giovani, sulla cannibalizzazione dei media tradizionali da parte di internet, l’America di Obama ha fatto una scelta di campo: non più stare semplicemente sulla rete con i propri siti, ma fare parte della rete, un mondo condiviso e interattivo. Questi cambiamenti radicali che stanno segnando il mondo dell’informazione &#8211; ma non solo quello &#8211; hanno prodotto le nuove “3 C” della comunicazione del futuro di cui parlano Massimo Gaggi e Marco Bardazzi nel libro “L’ultima notizia” (Rizzoli): “Condivisione, comunità, conversazione”. Non è un caso che l’analisi della “crisi degli imperi di carta” arrivi da due giornalisti che conoscono molto bene la realtà americana. Gaggi è corrispondente da New York per il Corriere della Sera; Bardazzi è stato per molti anni corrisponde dell’Ansa dagli Stati Uniti prima di passare alla Stampa.</p>
<p>Proprio negli Stati Uniti l’editoria moderna, nata nel 1830 con la Penny Press, sta attraversando il suo periodo peggiore. Alcuni giornali finiti in bancarotta hanno dovuto cessare le pubblicazioni, molti giornalisti sono stati mandati a casa, i tagli sono stati comunque feroci ovunque. Eppure, chi ha perso il lavoro non si è arreso. Per cercare di sopravvivere alla tempesta, molti giornalisti hanno fatto corsi di aggiornamento professionale, sono tornati sui banchi delle università, hanno imparato a gestire le nuove piattaforme web (i social media), a realizzare video e usare i linguaggi di internet. Quando l’economia ripartirà si troveranno nella posizione migliore, perché anche nella crisi hanno saputo vedere le molte cose che stanno cambiando e con esse l’opportunità di un giornalismo migliore.</p>
<p>E’ la stessa logica abbracciata dal dipartimento di Stato Usa: “Il mondo sta cambiando velocemente &#8211; dice Alec Ross, giovanissimo responsabile per l’innovazione nell’ufficio del Segretario di Stato Hillary Clinton &#8211; e noi vogliamo cogliere tutte le opportunità di questa rivoluzione”.  Anche la politica, che è stata per secoli comunicazione tra i governi, riconosce che oggi è giunto il tempo di una comunicazione tra il governo e le persone.</p>
<p> “I social media sono una nuova audience”, spiega Gordon Duguid, portavoce del Dipartimento di Stato. “Ora ci sono milioni di persone nel mondo che usano solo questi media per cercare le notizie. Noi abbiamo fatto il salto: siamo entrati nei social media per stare in contatto e dialogare con questa gente”.</p>
<p>Certo, nessuno si nasconde che il futuro è ancora opaco e che molto deve essere ancora capito: i vecchi modelli di business sono entrati in crisi prima che ne nascessero di nuovi. Ma se il giornalismo riuscirà a ritrovare la strada per tornare rilevante &#8211; le “3 C” storiche indicate da Gaggi e Bardazzi: “Contenuti, credibilità, creatività” &#8211; non ci saranno problemi: né per i giornali di carta, né per le versioni online. In fondo dobbiamo solo capire come traghettare l’integrità originaria del giornalismo nel nuovo mondo digitale. Questa è la risposta che dobbiamo ai lettori.</p>
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		<title>Il video della presentazione a Milano</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Mar 2010 14:27:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Administrator</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Da Corriere TV
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Da <a href="http://video.corriere.it/?vxSiteId=404a0ad6-6216-4e10-abfe-f4f6959487fd&#038;vxChannel=tuttiivideo&#038;vxClipId=2524_23b0d56c-2601-11df-9cde-00144f02aabe&#038;vxBitrate=300">Corriere TV</a></p>
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		<title>Il Foglio: come devono cambiare i giornali</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Mar 2010 13:57:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Administrator</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Piero Vietti su Il Foglio
Come i giornali dovranno cambiare per non dare “l’ultima notizia” 
Secondo il sindaco di San Francisco, se improvvisamente il mondo restasse senza quotidiani “i cittadini al di sotto dei trent’anni non se ne accorgerebbero nemmeno”. Iperbolica o meno che sia, quest’affermazione trova conforto in una ricerca condotta in America dal Pew [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Piero Vietti su <a href="http://www.ilfoglio.it/soloqui/4572">Il Foglio</a></p>
<p><strong>Come i giornali dovranno cambiare per non dare “l’ultima notizia” </strong></p>
<p>Secondo il sindaco di San Francisco, se improvvisamente il mondo restasse senza quotidiani “i cittadini al di sotto dei trent’anni non se ne accorgerebbero nemmeno”. Iperbolica o meno che sia, quest’affermazione trova conforto in una ricerca condotta in America dal Pew Research Center e pubblicata due giorni fa: le notizie su Internet battono quelle su carta, il Web è il terzo medium più diffuso per leggere e approfondire news, dopo le tv locali e i network nazionali. La televisione resiste, ma la rete continua a mangiarsi il sempre più malandato mondo dei giornali che vanno in edicola, e lo fa a ritmi sempre più veloci. Se sia giunto il tempo di spegnere le rotative e lasciarsi naufragare nell’on line se lo chiedono Massimo Gaggi e Marco Bardazzi in “L’ultima notizia”, libro da poco uscito per Rizzoli che analizza la “fine degli imperi di carta e il paradosso dell’era di vetro” senza abbandonarsi a nostalgie tanto retoriche quanto inutili (quelle per il cronista con le dita sporche di inchiostro, per intenderci) né inneggiare al progresso tecnologico per il gusto del progresso tecnologico.</p>
<p>Che fine faranno i giornali e come questi debbano trasformarsi per sopravvivere è a tema da qualche tempo negli Stati Uniti, dove anche i grandi colossi editoriali tremano, da un po’ meno in Europa. La comunicazione del futuro, scrivono Gaggi e Bradazzi, si basa su tre “C”: condivisione, comunità e conversazione. Da integrare però con altre tre: contenuti, credibilità, creatività. Il mestiere dei giornalisti sta cambiando come pochi altri al mondo, professionisti con anni di carriera alle spalle devono reinventarsi o rischiano di finire come la cinquantaseienne Lois Draegin, ex direttrice esecutiva della rivista americana Tv Guide e oggi stagista in una testata on line dedicata alle donne. Meglio è andata a Charles M. Sennott, che per anni ha girato il mondo come inviato per il Boston Globe. Capito che le cose stavano cambiando, nel 2005 si è preso un anno sabbatico e ha seguito un corso a Harvard sui nuovi scenari del giornalismo digitale. Nel frattempo il Globe ha chiuso, e lui si è inventato il Globalpost.com, un giornale on line che vende ai quotidiani tradizionali reportage da tutto il mondo realizzati grazie a corrispondenti che vivono in 50 paesi diversi. L’esperimento sembra funzionare, ma per ora i ricavi sono ancora bassi per parlare di successo.</p>
<p>Tentativi riusciti o meno, è innegabile che il Web ha cambiato prima di tutto i lettori, i quali vogliono partecipare sempre di più. Da qui nasce la grande incognita del “citizen journalism”, il giornalismo di para inchiesta che ogni persona dotata di una connessione internet può fare. Con risvolti positivi (come il caso della mamma insonne che grazie a Google ha scoperto e denunciato una truffa) o negativi, come quando un blog collegato al sito della CNN diede per certa la morte di Steve Jobs, il fondatore di Apple, e la notizia fu data dalle agenzie. Come certificare la credibilità di chi fa informazione su Internet? Come impedire che un blog anonimo finisca sullo stesso piano del sito del New York Times nella percezione del navigatore? C’è chi spera in un’altra “magia” della Apple: dopo avere salvato le case discografiche con l’iPod e iTunes, i nuovi palamari in stile iPhone, iPad o kindle potrebbero rilanciare i giornali e riconquistare anche i famosi under 30 che non si accorgerebbero della morte dei quotidiani. Nelle redazioni di mezzo mondo si fanno esperimenti di interazione tra carta e on line, si cercano soluzioni per fare pagare i contenuti senza perdere lettori (ma secondo una ricerca recente ciò di cui si discute nei blog nasce da quello che scrivono i giornali). Non ci sarà mai un’ultima notizia. Il punto è capire come cambiare per potere continuare a dare notizie.</p>
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		<title>Giornalismo, non solo crisi</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Mar 2010 15:15:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Administrator</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Da Affari Italiani:
Giornalismo, non solo crisi
Mercoledí 03.03.2010 11:18
di Alessia Mosca
Ho letto “L’ultima notizia” di Massimo Gaggi e Marco Bardazzi il giorno stesso dell’uscita in libreria e, nonostante la rassegnazione suggerita dal titolo – è notizia ma è l’ultima, è una crisi, è un paradosso –, mi ha lasciata con una sensazione positiva. È infatti una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Da <a href="http://www.affaritaliani.it/mediatech/giornalismo030310.html">Affari Italiani</a>:</p>
<p>Giornalismo, non solo crisi<br />
Mercoledí 03.03.2010 11:18</p>
<p>di Alessia Mosca</p>
<p>Ho letto “L’ultima notizia” di Massimo Gaggi e Marco Bardazzi il giorno stesso dell’uscita in libreria e, nonostante la rassegnazione suggerita dal titolo – è notizia ma è l’ultima, è una crisi, è un paradosso –, mi ha lasciata con una sensazione positiva. È infatti una fotografia del giornalismo d’oltreoceano in cui spiccano la vitalità e l’energia che gli Stati Uniti continuano a esprimere. A dispetto della crisi, che non ha risparmiato neppure la carta stampata, gli americani stanno reagendo sperimentando soluzioni alternative, sfruttando tutte le potenzialità delle nuove tecnologie: l’ennesima lezione di come il vincolo si può trasformare in opportunità. È per questo, soprattutto, che il libro trasmette attenzione al nuovo, ottimismo, coraggio.</p>
<p>Poi però, voltata l’ultima pagina, viene da chiedersi: e qui da noi? E si piomba nello sconforto. Gli autori, per dichiarata volontà o per carità di patria, di Italia si occupano solo marginalmente. E non è un caso visto che il nostro paese è in 45° posizione nella classifica del World Economic Forum sull’Information technology, ultimo nel G7 e tra gli ultimi in Europa. È più raro trovare connessioni wireless in luoghi pubblici che taxi a Roma nelle giornate di pioggia e il governo non investe in infrastrutture e in educazione per aumentare la diffusione di internet anche tra la fascia di popolazione nata prima della digitalizzazione. Infine, il nostro – parafrasando il bel libro di Alessandro Rosina – non è un paese per giovani, e quindi coloro che hanno più dimestichezza con le nuove tecnologie pesano sempre meno non solo quantitativamente, ma anche qualitativamente e faticano a imporre l’utilizzo nuovi strumenti di comunicazione.</p>
<p>Forse una speranza potrebbe arrivare da ciò che si muove nella rete: è un movimento incontrollabile e potrebbe, se ben indirizzato, mettere a dura prova la tenuta del sistema prima che il sistema stesso se ne renda conto e faccia scattare gli anticorpi tipici del gattopardismo nostrano. Per questo è importante essere aperti all’uso delle nuove tecnologie e non appigliarsi alle sue distorsioni per ingabbiarlo in nome di un non meglio precisato rispetto della dignità umana, che sempre va tutelata ma non a dispetto della libertà d’espressione. </p>
<p>Altri interrogativi riguardano la possibilità che anche in Italia si verifichi un fenomeno Obama e che si possano trarre dalla rete gli elementi positivi senza incorrere nei suoi stessi inciampi. Ancora: ci si chiede come la cultura e la profondità di pensiero potranno garantire il futuro di giornalisti e editorialisti, che non avranno bisogno di competere con l’immediatezza della notizia perché dovranno ancora di più essere chiave di lettura dell’esistente e organizzare la massa di informazioni.</p>
<p>La politica che abbia voglia di mettersi in discussione potrebbe imparare e sperimentare nuove forme di democrazia e di rappresentanza, oltre che nuovi modelli di organizzazione, di lavoro, di economia da chi su internet ha costruito nuove forme di aggregazione e socialità. Per prima sarei ben felice di partecipare a un confronto sul volume di Gaggi e Bardazzi con quanti stanno facendo business, filantropia o mobilitazione sociale attraverso la rete. Possibilmente più giovani di me. Affaritaliani, che già in più occasioni in questi anni ha saputo sperimentare nuove frontiere del giornalismo ponendosi come modello per tante altre testate, potrebbe farsi promotore di una iniziativa di questo genere? Aiuterebbe alcuni di noi ad uscire dai Palazzi e a raccogliere la sfida dell’era digitale. Per aprirsi alla società e non lasciare che chiusura e paure abbiano la meglio.</p>
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		<title>Dagospia si scatena&#8230;</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Mar 2010 19:49:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Administrator</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;Cafonalino&#8221; con servizio fotografico su Dagospia, che racconta la presentazione a Milano
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			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Cafonalino&#8221; <a href="http://www.dagospia.com/rubrica-6/cafonalino/articolo-13615.htm">con servizio fotografico</a> su Dagospia, che racconta la presentazione a Milano</p>
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